Un saggio inedito di Giambattista Cadoppi
Un’Armata Rossa anche in Italia (parte prima)
Ogni essere umano che ami
la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa
pronunciare in tutta la sua vita!
Ernest Hemingway
Se
l’Armata Rossa contribuì ad annientare l’80% delle armate hitleriane, bisogna
dire che l’intervento degli Alleati in Italia si concluse con il sostanziale
fallimento della «battaglia degli Appennini» fortemente voluta da Winston
Churchill con l’intento di raggiungere il confine orientale, condizionando
l’avanzata dell’Armata Rossa nei Balcani e in Austria, e di raggiungere Vienna
attraverso la gola di Lubiana.
Agli
inglesi interessavano di più i “successi” contro le organizzazioni partigiane
di ispirazione comunista dell’EAM-ELAS in Grecia. I tedeschi furono i
sostanziali vincitori della campagna d’Italia, giacché resistettero lungo la
Linea Gotica, nonostante avessero alle spalle uno dei più forti movimenti di
resistenza armata, in particolare in Emilia-Romagna, a ridosso delle linee di
difesa. Come disse amaramente nell’autunno del 1944 il generale Harold Alexander:
“il fronte tedesco si mantenne saldo”. I tedeschi si permisero persino il lusso
di togliere divisioni dall’Italia e mandarle in Ungheria. Sapevano bene da dove
veniva il pericolo reale.
Gli
anglo-americani arrivarono addirittura a raggiungere un accordo con i tedeschi,
in Svizzera, sotto gli auspici di Dulles[1],
che permise ai nazisti di distogliere truppe dall’Italia (tre divisioni) per
impiegarle contro l’Armata Rossa in Ungheria e Austria. Stalin, in una lettera
a Roosevelt, affermava che le truppe tedesche si battevano disperatamente
all'est mentre mostravano segni di cedimento contro gli occidentali, che
proseguivano i trasferimenti di truppe contro i sovietici, e soprattutto che
"il punto di vista sovietico" riguardo alla necessità di rimanere
uniti e di permettere la partecipazione di tutti gli alleati (da cui i
sovietici erano stati esclusi) a eventuali colloqui con i tedeschi, era
"il solo corretto".
L’Armata
Rossa partecipò alla liberazione dell’Italia, tra gli altri paesi, non solo
perché arrivò in Slovenia, allora territorio italiano[2],
ma anche per i circa 5-6[3] mila
partigiani sovietici che contribuirono alla liberazione d’Italia. Circa 500 di
essi caddero per la nostra libertà. In particolare, in Emilia-Romagna
combatterono, secondo la ricercatrice Ekaterina Kornilkova, che ha condotto uno
studio specifico sulla questione, più di 1.200 partigiani sovietici, mentre i
caduti in combattimento furono più di 120[4],
tra cui Gregory Konovalenko, morto al Passo delle Forbici. A lui è dedicata la
piazza dove è collocato il Monumento al Partigiano Straniero, situato a Case
Cattalini a Civago, in provincia di Reggio Emilia. Il monumento rende omaggio
non solo a lui, ma anche agli altri partigiani stranieri: cecoslovacchi,
jugoslavi, polacchi, tedeschi (45 solo nel reggiano), austriaci e persino
americani. Tra i sovietici 4 furono le medaglie d’oro, 3 d’argento e 4 di
bronzo.
Nella
8.a Brigata Garibaldi «Romagna», operante nel Ravennate e nel Forlivese, venne
costituita una compagnia russa comandata da Sergej Sorokin, un tenente
dell'Armata rossa evaso dal campo di concentramento assieme ad undici suoi
compagni già nell’agosto 2024. In provincia di Bologna hanno combattuto almeno 132
sovietici, dei quali circa 40 nella 36.a Brigata Garibaldi «Bianconcini»
operante sull'Appennino tosco-romagnolo, all’incirca altrettanti nella Brigata
«Stella rossa-Lupo» che combatté sui monti bolognesi, circa sessanta nella
Brigata Matteotti «Toni» di montagna in attività sull'alto Appennino bolognese,
altri nella 63.a Brigata Garibaldi «Bolero». La collaborazione iniziò
addirittura quando i sovietici erano ancora prigionieri. Nella 5.a Brigata Sap
Matteotti «Bonvicini» di Medicina, ad esempio, il gigantesco Nicolaj, che si unì,
con almeno altri due sovietici, alle «basi» di Portonovo. Per avere la certezza
che non si trattasse di una spia i partigiani lo misero immediatamente alla
prova in una azione notturna. Sulla strada Portonovo-Medicina, vestito con la
divisa della Wermacht, Nicolaj fermò un camion tedesco e abbatté a raffiche di
mitra l'equipaggio. Sempre a Medicina due giovani prigionieri lituani addetti
al magazzino viveri e vestiario di villa Marzari fornirono in diverse occasioni
divise e altri corredi militari alla Resistenza. A S. Pietro in Casale un
prigioniero sovietico, Anatoli Abramov, scoperto mentre tentava la fuga carico
di armi e munizioni per entrare in una formazione partigiana, si difese
combattendo fino all'ultimo e riservò a sé stesso l'ultima bomba a mano per non
cadere vivo nelle mani dei tedeschi. La Resistenza bolognese onora tra i propri
martiri l'ufficiale russo Karaton, originario della Mongolia, che guidò il
battaglione sovietico della «Stella rossa» durante le prime fasi del massacro
di Marzabotto condotto dalla 16.a Panzergrenadier SS di Reder, e morì in
combattimento un mese dopo, il 29 ottobre, a Casteldebole[5].
In
generale possiamo dire che l’Armata Rossa partecipò alla liberazione
dell’Italia sottraendo ingenti forze all’occupazione tedesca del Nord Italia,
ma anche direttamente con un suo “contingente” in terra italiana.
Gli
alleati ebbero un atteggiamento ondivago nei confronti del movimento
partigiano: il proclama Alexander prevedeva la smobilitazione delle bande
partigiane. Ferruccio Parri manifestò chiaramente il proprio disappunto per la
diminuzione degli aiuti alleati al movimento partigiano in rapido sviluppo.
Egli pensò perfino di inoltrare una secca protesta ai dirigenti anglo-americani
accusandoli di malafede. A queste rimostranze gli anglo-americani risposero piccatamente:
«Molto
tempo fa ho detto che il più grande contributo militare che potevate portare
alla causa alleata era il sabotaggio continuo, diffuso, su vasta scala. Avete
voluto delle bande… Ma avete voluto creare degli eserciti. Chi vi ha chiesto di
agire così? Non noi. L’avete fatto per ragioni politiche, e precisamente per
risollevare l’Italia. Nessuno vi criticherà per questa Vostra idea. Ma almeno
non rimproverate i nostri generali se lavorano essenzialmente con criteri militari.
E soprattutto non rendeteci responsabili di intrighi politici per il fatto che
questi criteri militari non si conformano in pieno agli scopi politici Vostri»[6].
[1] Allen Welsh Dulles, Direttore dell'Office
of Strategic Services (OSS) in Europa, con sede a Berna, e futuro capo della
CIA. Allen Dulles fu uno degli attori principali nelle trattative avviate da
Max Waibel (Operazione Sunrise) con Eugen Dollmann per la capitolazione delle
truppe tedesche nel nord Italia. L'accordo fu firmato con il Generale Karl
Wolff delle SS.
[2] La provincia italiana di Lubiana fu
occupata l'8 settembre 1943 dai tedeschi e successivamente trasferita solo
sulla carta alla neocostituita Repubblica Sociale Italiana, venendo inclusa
nella Zona d'Operazione del Litorale Adriatico sotto il controllo militare de
facto tedesco del governatore della Carinzia, Friedrich Rainer. Anche territori
prettamente italiani furono trasferiti al controllo tedesco mostrando l’indole
antipatriottica del fascismo.
[3] In generale si parla di 5mila, ma secondo
il ricercatore russo Michail Talalay, che ne ha scritto di recente, sarebbero
addirittura 6mila: Sovetskiye partizany- «nevozvrashchentsy»
v Italii // Velikaya
Otechestvennaya. XX vek. Lyudi i sud'by: Slepukhinskiye chteniya–2020: trudy
Mezhdunarodnoĭ nauchnoĭ konferentsii / Fond Yuriya Slepukhina. SPb.:
Ladoga, 2022.
[4] Comunicazione personale.
[5] Barbieri R.; Introduzione
a Vladimir Pereladov: Il battaglione partigiano russo d'assalto. Edizioni
La Squilla, 1975.
[6] Delzell C. F.; I nemici di Mussolini.
Storia della resistenza armata al regime fascista. Castelvecchi, 2017.