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sabato 13 luglio 2024

Un’Armata Rossa anche in Italia

 

Un saggio inedito di Giambattista Cadoppi

Un’Armata Rossa anche in Italia (parte prima)

 




Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita!

Ernest Hemingway

Se l’Armata Rossa contribuì ad annientare l’80% delle armate hitleriane, bisogna dire che l’intervento degli Alleati in Italia si concluse con il sostanziale fallimento della «battaglia degli Appennini» fortemente voluta da Winston Churchill con l’intento di raggiungere il confine orientale, condizionando l’avanzata dell’Armata Rossa nei Balcani e in Austria, e di raggiungere Vienna attraverso la gola di Lubiana.

Agli inglesi interessavano di più i “successi” contro le organizzazioni partigiane di ispirazione comunista dell’EAM-ELAS in Grecia. I tedeschi furono i sostanziali vincitori della campagna d’Italia, giacché resistettero lungo la Linea Gotica, nonostante avessero alle spalle uno dei più forti movimenti di resistenza armata, in particolare in Emilia-Romagna, a ridosso delle linee di difesa. Come disse amaramente nell’autunno del 1944 il generale Harold Alexander: “il fronte tedesco si mantenne saldo”. I tedeschi si permisero persino il lusso di togliere divisioni dall’Italia e mandarle in Ungheria. Sapevano bene da dove veniva il pericolo reale.

Gli anglo-americani arrivarono addirittura a raggiungere un accordo con i tedeschi, in Svizzera, sotto gli auspici di Dulles[1], che permise ai nazisti di distogliere truppe dall’Italia (tre divisioni) per impiegarle contro l’Armata Rossa in Ungheria e Austria. Stalin, in una lettera a Roosevelt, affermava che le truppe tedesche si battevano disperatamente all'est mentre mostravano segni di cedimento contro gli occidentali, che proseguivano i trasferimenti di truppe contro i sovietici, e soprattutto che "il punto di vista sovietico" riguardo alla necessità di rimanere uniti e di permettere la partecipazione di tutti gli alleati (da cui i sovietici erano stati esclusi) a eventuali colloqui con i tedeschi, era "il solo corretto".

L’Armata Rossa partecipò alla liberazione dell’Italia, tra gli altri paesi, non solo perché arrivò in Slovenia, allora territorio italiano[2], ma anche per i circa 5-6[3] mila partigiani sovietici che contribuirono alla liberazione d’Italia. Circa 500 di essi caddero per la nostra libertà. In particolare, in Emilia-Romagna combatterono, secondo la ricercatrice Ekaterina Kornilkova, che ha condotto uno studio specifico sulla questione, più di 1.200 partigiani sovietici, mentre i caduti in combattimento furono più di 120[4], tra cui Gregory Konovalenko, morto al Passo delle Forbici. A lui è dedicata la piazza dove è collocato il Monumento al Partigiano Straniero, situato a Case Cattalini a Civago, in provincia di Reggio Emilia. Il monumento rende omaggio non solo a lui, ma anche agli altri partigiani stranieri: cecoslovacchi, jugoslavi, polacchi, tedeschi (45 solo nel reggiano), austriaci e persino americani. Tra i sovietici 4 furono le medaglie d’oro, 3 d’argento e 4 di bronzo.



Nella 8.a Brigata Garibaldi «Romagna», operante nel Ravennate e nel Forlivese, venne costituita una compagnia russa comandata da Sergej Sorokin, un tenente dell'Armata rossa evaso dal campo di concentramento assieme ad undici suoi compagni già nell’agosto 2024. In provincia di Bologna hanno combattuto almeno 132 sovietici, dei quali circa 40 nella 36.a Brigata Garibaldi «Bianconcini» operante sull'Appennino tosco-romagnolo, all’incirca altrettanti nella Brigata «Stella rossa-Lupo» che combatté sui monti bolognesi, circa sessanta nella Brigata Matteotti «Toni» di montagna in attività sull'alto Appennino bolognese, altri nella 63.a Brigata Garibaldi «Bolero». La collaborazione iniziò addirittura quando i sovietici erano ancora prigionieri. Nella 5.a Brigata Sap Matteotti «Bonvicini» di Medicina, ad esempio, il gigantesco Nicolaj, che si unì, con almeno altri due sovietici, alle «basi» di Portonovo. Per avere la certezza che non si trattasse di una spia i partigiani lo misero immediatamente alla prova in una azione notturna. Sulla strada Portonovo-Medicina, vestito con la divisa della Wermacht, Nicolaj fermò un camion tedesco e abbatté a raffiche di mitra l'equipaggio. Sempre a Medicina due giovani prigionieri lituani addetti al magazzino viveri e vestiario di villa Marzari fornirono in diverse occasioni divise e altri corredi militari alla Resistenza. A S. Pietro in Casale un prigioniero sovietico, Anatoli Abramov, scoperto mentre tentava la fuga carico di armi e munizioni per entrare in una formazione partigiana, si difese combattendo fino all'ultimo e riservò a sé stesso l'ultima bomba a mano per non cadere vivo nelle mani dei tedeschi. La Resistenza bolognese onora tra i propri martiri l'ufficiale russo Karaton, originario della Mongolia, che guidò il battaglione sovietico della «Stella rossa» durante le prime fasi del massacro di Marzabotto condotto dalla 16.a Panzergrenadier SS di Reder, e morì in combattimento un mese dopo, il 29 ottobre, a Casteldebole[5].

In generale possiamo dire che l’Armata Rossa partecipò alla liberazione dell’Italia sottraendo ingenti forze all’occupazione tedesca del Nord Italia, ma anche direttamente con un suo “contingente” in terra italiana.

Gli alleati ebbero un atteggiamento ondivago nei confronti del movimento partigiano: il proclama Alexander prevedeva la smobilitazione delle bande partigiane. Ferruccio Parri manifestò chiaramente il proprio disappunto per la diminuzione degli aiuti alleati al movimento partigiano in rapido sviluppo. Egli pensò perfino di inoltrare una secca protesta ai dirigenti anglo-americani accusandoli di malafede. A queste rimostranze gli anglo-americani risposero piccatamente: 

«Molto tempo fa ho detto che il più grande contributo militare che potevate portare alla causa alleata era il sabotaggio continuo, diffuso, su vasta scala. Avete voluto delle bande… Ma avete voluto creare degli eserciti. Chi vi ha chiesto di agire così? Non noi. L’avete fatto per ragioni politiche, e precisamente per risollevare l’Italia. Nessuno vi criticherà per questa Vostra idea. Ma almeno non rimproverate i nostri generali se lavorano essenzialmente con criteri militari. E soprattutto non rendeteci responsabili di intrighi politici per il fatto che questi criteri militari non si conformano in pieno agli scopi politici Vostri»[6].



[1] Allen Welsh Dulles, Direttore dell'Office of Strategic Services (OSS) in Europa, con sede a Berna, e futuro capo della CIA. Allen Dulles fu uno degli attori principali nelle trattative avviate da Max Waibel (Operazione Sunrise) con Eugen Dollmann per la capitolazione delle truppe tedesche nel nord Italia. L'accordo fu firmato con il Generale Karl Wolff delle SS.

[2] La provincia italiana di Lubiana fu occupata l'8 settembre 1943 dai tedeschi e successivamente trasferita solo sulla carta alla neocostituita Repubblica Sociale Italiana, venendo inclusa nella Zona d'Operazione del Litorale Adriatico sotto il controllo militare de facto tedesco del governatore della Carinzia, Friedrich Rainer. Anche territori prettamente italiani furono trasferiti al controllo tedesco mostrando l’indole antipatriottica del fascismo.

[3] In generale si parla di 5mila, ma secondo il ricercatore russo Michail Talalay, che ne ha scritto di recente, sarebbero addirittura 6mila: Sovetskiye partizany- «nevozvrashchentsy» v Italii // Velikaya Otechestvennaya. XX vek. Lyudi i sud'by: Slepukhinskiye chteniya–2020: trudy Mezhdunarodnoĭ nauchnoĭ konferentsii / Fond Yuriya Slepukhina. SPb.: Ladoga, 2022.

[4] Comunicazione personale.

[6] Delzell C. F.; I nemici di Mussolini. Storia della resistenza armata al regime fascista. Castelvecchi, 2017.

Benedetta Albanese no, Svetlana Tikhanovskaya sì, o di come il doppiopesismo occidentale si ripropone su scala locale (J. C. Martini)

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